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  • Barbara Aiello

Ragazzina fortunata

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perchè non rendi poi

Quel che prometti allor? perchè di tanto

Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Nè teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

Giacomo Leopardi

Immagino un ragazzo, curvo, malmesso e timido, affacciarsi alla finestra per guardare una ragazzina da lontano. E’ la figlia del cocchiere della famiglia e si diletta a cucire e a cantare. Con le sue parole, lui la rende eterna, immortale, lei che, altrimenti, sarebbe una delle tante effimere persone di passaggio nel mondo. E’ toccante e suggestivo come basti poco, per diventare eterni. I sentimenti, l’amore e tante altre cose immateriali hanno il potere di regalare l’immortalità e, in questo caso, l’invidia. Silvia, o Teresa, piccola e povera, fragile, morta giovanissima, è invidiata dalle donne di tutto il mondo e della storia dopo di lei. Perché per lei canta l’arte, e le ha permesso di entrare nella costellazione di amori celebrati e compianti dai poeti e scrittori. Ovunque lei sia, spero che adesso si volti a guardare a quella finestra, da dove il suo mal celato e sensibile amante la sta venerando.


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