Intervista di Barbara Garlaschelli
Paola Cominetta è una fotoreporter specializzata in reportage di natura sociale. Per lavoro e per passione ha visitato molti Paesi e dato testimonianza, con le sue fotografie, di diverse realtà.
D: Nell’epoca delle foto taroccate, come distinguere una foto “vera”?
R: La questione è molto complessa e sfaccettata. C’è un piano di verità che riguarda l’aderenza di ciò che è fotografato con la realtà che ci troveremmo a sperimentare se fossimo lì in quel momento; c’è un piano che riguarda, invece, l’alterazione o il completamento del significato della fotografia, a seconda del contesto in cui essa è posta. E ce ne è uno ulteriore che riguarda il rapporto con la soggettività che decide il come fotografare e il cosa scegliere di far vedere,. E poi c’è poi un livello in cui la verità può essere vista solo se dà voce a qualcosa di soggettivo e non di oggettivo e questo è il potere dell’arte, della metafora, della trasfigurazione. Spesso, non è possibile distinguere, a meno che non si stia parlando solo della manipolazione successiva allo scatto e avulsa dal contesto di significato in cui la foto è posta. Un esempio lo si trova nella foto pubblicitaria e di moda, nella quale una donna diventa senza cavità occipitali e senza pori, condizione che in pochi minuti, nella realtà, la porterebbe alla morte (noi respiriamo anche dalla pelle!). Purtroppo, ci abituiamo anche a questo e, pure se con un po’ di attenzione, la falsità è visibile, non ci risulta più strana o difforme.

Kite Surf. Laguna nel Mar Rosso, 2009. Già il mezzo fotografico in sé “altera la realtà”. Utilizzare un tipo di luce o un'altra (o un insieme di luci), frontalmente, di taglio o di spalle, altera i colori; le lenti modificano le proporzioni; il taglio individua una porzione; la coppia tempo-diaframma influenza toni e saturazione, così come l’interpretazione del movimento (congelato o mosso)./The photocamera “changes” the reality. The colours are changed by the light or a set of lights used in front, behind or diagonally. The lens alter the proportions. The cut locates a part, the couple “time-diafraghm” manipulates the colour tone and saturation, such as the blurred or fixed movement.
Q: In the “Retouched Photos Age”, how can we recognize a “real” photo?
A: The issue is very complex and many-sided. There is the side of truth, that is regarding the adherence to the photo with the reality that we would experience if we were there at that moment. Another plan is connected to the alteration or the completion of the photography’s meaning, depending on the context in which it is set. And there is one further about the relationship with the photographer’s subjectivity that decides how to photograph and what to show. And then there is a level where the truth can only be seen if it gives voice to something subjective and not objective and this is the power of art, of metaphor and of transfiguration. It is not often possible to make a distinction, unless we are just talking about the manipulation after the shot and out of context of meaning in which the photo is placed. We can see an example in the advertising and fashion photos, whose show woman without occipital hollow and pores, a condition that in the reality would lead to death in few minutes (we also breathe through the skin!). Unfortunately, we get used to this. The falseness is visible and we don’t consider it strange or unlike any more.
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D: La foto è ricordo, testimonianza o consumo?
R: Tutte queste cose e tante altre. È la possibilità di fermare un istante di cui non avremmo nemmeno percezione (noi siamo e vediamo in movimento), depauperandolo di molte informazioni che contiene (sensoriali e di legame con il suo contesto), e rendendolo fisso e duraturo nel tempo. Questo, non solo è un tipico esempio di come l’impoverire, talvolta, arricchisca perché lo scatto, una volta creato, si presta a qualunque tipo di significato il fruitore gli dia.

Cecità. Alessandria, 2009. Massimo Oddone (Arcieri della Paglia), campione del mondo di tiro con l’arco per non vedenti, si esercita in una palestra completamente buia./The blind world’s champion of archery Massimo Oddone (Arcieri della Paglia) is practising in a dark gym.
Q: What is a photo? Is it a memory, a witness or a consumer product?
A: It is everything. It is the possibility to stop an instant we could not perceive (we are always on the move and we perceive the motion), to remove a lot of sensorial and contextual information and to fix it for a long time. This is an example of the richness of the simplification, because a photo can mean everything the user wants.
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D: Come scegli lo scatto?
R: Di base, non lo so. So solo che c’è bisogno di tempo e di prendersi uno spazio mentale. Si viene trascinati in una sorta di realtà parallela, di grande concentrazione, in cui ci si impegna a “vedere di più”. Devo essere sola. La macchina fotografica, coi suoi obiettivi, è un’alleata: ti separa dalla tua realtà abituale e ti porta altrove. Ci sono tanti altri fattori che hanno parte nel gioco: il senso che ti guida, il bello, il rapporto che si instaura o si è instaurato con ciò che stai fotografando, le tue emozioni, la tua storia. E fondamentale il Caso.

Malecon 69. Cuba, La Habana, 2007. Un criterio certo per la scelta dello scatto è quello compositivo, spesso aiutato dalle relazioni tra le forme e tra i colori, e anche dalla presenza di alcune “comparse” - come certe ombre – o da affascinanti sovrapposizioni di piani differenti, come fossero diverse quinte./A useful principle to choose the shot is to imagine the combination of the relationship between colours and shapes, shadows, some beautiful overlaps of different levels, as if they were different backstages.
Q: How do you select a shot?
A: I really don’t know. I only know I need time and a mental space. It seems I am trasnported into a parallel reality, into a dimension of great concentration, where I must “to see more”. I need to be alone. The photocamera together with its lents is a friend. It divides me from the reality and it trasnports me elsewhere. Many other factors are involved in this process: The sensibility, the beauty, the relationship between you and what you are shooting, your emotions, your personal history. And the crucial “Case”.
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D: Le tue foto che ami di più?
R: Variano nel tempo ed è molto difficile avere sempre a che fare con un prodotto così immediato di te, perché tu cambi e, anche se loro rimangono immutate, tu le vedi diversamente. Magari ti affezioni al punto che non capisci che gli altri non leggono quel che tu ci vedi dentro; magari invece ti vengono a noia e agli altri continuano a piacere molto. Nel mondo creativo si è sempre un po’ insoddisfatti… Trovo difficile scegliere tra le mie foto, perché mi rendo conto di essere molto parziale, volubile a alterabile nei miei “amori”.
Q: Which of your photos do you like much more?
A: They change in the course of time. It is very difficult to handle such immediate creation, because you change and even if the photos are unchanged, you differently see them. Maybe you love them so much that you don’t understand the others can see something different. Maybe they bore you while the others still like them a lot. In the creative world it’s quite easy to be always unsitisfied… I find it difficult to choose between my photos, because I realize to be very partial, volatile and alterable in my “love”.
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D: Le foto che vorresti fare?
R: Sono tantissime e sono la ragione per cui mi occupo di questo mestiere, perché ho solo cominciato a fare e a imparare. Spesso, fotografo anche senza macchina. Immagino di intagliare nella realtà la mia modalità, gioco a quel che sceglierei e a come lo vorrei vedere. Capita che “ci si fissi” anche su una tecnica o su un linguaggio per appropriarsene e, fino a che non si è sperimentato, se ne rimane coinvolti. Amo molto variare il linguaggio fotografico che uso.

Senza titolo. Corsica, 2008. L’effetto di biancore e quasi trasparenza di questa foto è dato da una forte sovraesposizione. Lo scatto è stato realizzato durante un’estate nella quale simpatizzavo con questa tecnica, esercitandomi con diversi esperimenti./The whitness and transparency of this photo is the effect of a great overexposition. The shot was taken in a summer during which I was testing this kind of tecnique and I was making some different experiments.
Q: Which kind of photos would you like to take?
A: I would like to take a lot of photos. They are the reason why I do this job, because I’ve just started to do and to learn it. I often “take photos” without a photocamera but by imagination. I imagine what I would choose and how I would like to see it. It happens we set our mind on a certain technique or language in order to deeply learn it and we are so involved until we can experience it. I love to vary my photographic language.

è stato un racconto appassionato, mi ha colpito molto. Complimenti, continuate così, il sociale ha sempre bisogno di nobili idee e candide persone. Spero di vedere presto una sua mostra fotografica qui in trentino magari con un nostro bel paesaggio montano (visto che sono del trentino) tutto innevato.
Un saluto a tutti vi seguo sempre.
Grazie Mauro.
Riferiremo subito a Paola le tue belle parole e il desiderio di vedere una sua mostra in Trentino (dove ti piacerebbe, precisamente?)
Per il momento ti anticipiamo che lunedì prossimo potrai qui leggere la terza e ultima parte del dialogo sulla fotografia fra Barbara Garlaschelli a Paola.
Per quanto riguarda il sociale, noi crediamo che occorrano persone con i piedi ben piantati per terra, ma la testa rivolta al cielo. Come gli alberi, né più né meno.